...e buchi di cellulite sulle cosce.
A grande richiesta [delle vocine nella mia testa], la classifica delle gelaterie dalle quali vale la pena farsi crivellare le chiappe:
A Trieste:
- Zamporio [Zampolli presso il Conservatorio - e non avrai altro Zampolli all'infuori di que']
- Oro Puro [Piazza Belvedere]
A Genova:
- La Carla [dal Gaslini]
- Giorgelato [via San Vincenzo]
- La Primula [Lungomare di Camogli]
Altrove
- Il Nuovo Fiore a Riccione, ma non ci vado dall' 87
- Desenzano del Garda, quello nella via principale, vai a ricordarti come si chiama
- Centro commerciale Le Corti Venete di Verona, il chioschetto nel mezzo, inaspettatamente buono!!!
Non memorabile, ma eccezionalmente piacevole il gelato mangiato col Furlan all'aeroporto di Barcellona, reduci dai concerti e ancora pieni di cibo e di alcol, mentre guardavamo passare una sfilata di disgraziati, a tutt'oggi rimasta senza spiegazioni razionali
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venerdì 5 dicembre 2008
giovedì 4 dicembre 2008
A Zamporio gli fa una Pipola
Sabato 29 Novembre ci attendeva il grande evento mondano di fine stagione: il mercatino del circolo culturale sloveno di Barcola [vedere volantino che prima o poi mi prenderò la briga di pubblicare].
Per affrontare l'happening con le energie necessarie, abbiamo fatto una sosta ricostituente alla gelateria Pipolo.
No.
No su tutta la linea.
No, non ne vale la pena.
Passi che il mio standard qualitativo è Zamporio [Zampolli presso il Conservatorio] e che sono poche le gelaterie che lo tallonano in classifica, ma qui non stiamo più tallonando, non siamo neanche in zona Uefa. Qui ci salviamo dalla retrocessione solo perchè il cono era di una cialda molto fresca e fragrante e il cameriere davvero cortese.
Il gelato, infatti, è troppo dolce, acquoso eppure unto al palato, e tutti e 4 i gusti assaggiati [mousse alla cannella, tiramisù, carapino e bacio] hanno presentato il medesimo retrogusto di vanillina, tipico degli addensanti artificiali.Non che la linea sia mai stata un problema, ma non farò un altro buco di cellulite sulle mie cosce per questo gelato. Non ne vale la pena.
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martedì 18 novembre 2008
[Agriturismo Punta, Umago Monti] Secondi Piatti
Il locale ci aveva attrato col miraggio della brace.
Non era brace, era griglia. E' buona lo stesso, ma non è la stessa cosa, nella brace i tempi di cottura sono più dilatati, è più difficile da eseguire, ma il risultato è migliore. La griglia è più adatta a un ristorante perchè permette di servire i piatti con tempi di attesa ragionevoli, un minor margine di errore, pur conservando l'atmosfera rustica della pietanza.
Però io avevo messo il cuore sulla brace, è che sono troppo sazia per farmi girare il belino.
Non era brace, era griglia. E' buona lo stesso, ma non è la stessa cosa, nella brace i tempi di cottura sono più dilatati, è più difficile da eseguire, ma il risultato è migliore. La griglia è più adatta a un ristorante perchè permette di servire i piatti con tempi di attesa ragionevoli, un minor margine di errore, pur conservando l'atmosfera rustica della pietanza.
Però io avevo messo il cuore sulla brace, è che sono troppo sazia per farmi girare il belino.
Ordiniamo 2 luganeghe e mezza e una fiorentina.
Le luganeghe [luganighe per gli autoctoni, salsicce per gli Italiani, sebbene con la forma dialettale diffusa un po' in tutto il paese si indichi sovente il budello continuo e sottile, per differenziarlo dalla salsiccia propriamente detta, più larga e sottoforma di nastro con varie strozzature - n.d.t, nota della tachente] non possono essere criticate: sebbene di pasta grossa, ossia non troppo macinate, con la pelle piuttosto dura e decisamente troppo grasse, pur salsicce erano; se uno vuole mangiare una carne raffinata e magra, ordina un filetto di manzo. La salsiccia è dozzinale per definizione, tanto più che parliamo sempre di un prodotto fatto in casa, in cui la genuinità è inversamente proporzionale alla raffinatezza.
Quanto alla fiorentina, lasciamo perdere.
Posto che sapevo che con il termine 'fiorentina' in questa parte del mondo si indica semplicemente la costata di manzo, mi sarei aspettata, almeno, una costata di manzo.
Non che la parte di animale che mi è stata servita nel piatto non fosse quella da cui si ricavano normalmente le costate, né che l'animale di cui mi apprestavo a divorare le carni non fosse stata una mucca; è che era sottile. La fetta che mi è stata servita sarà stata alta un dito/un dito e mezzo al massimo: praticamente una bistecca grassa con l'osso. Caratteristica precipua di questo taglio del manzo è di presentare uno spessore considerevole, affinchè in sezione presenti diversi gradi di cottura. Tagliare una costata deve rivelare sfumature che da un grigio appena rosato si sviluppano in una sorta di macabra alba, fino al centro della fetta, in cui la carne è praticamente viva. Ci vuole un animale barbaro e spietato come l'uomo per godere di un simile spettacolo, ne convengo; ma la carne "cotta" non è ugualmente buona, e tanto la mucca ormai è morta.
Non che la parte di animale che mi è stata servita nel piatto non fosse quella da cui si ricavano normalmente le costate, né che l'animale di cui mi apprestavo a divorare le carni non fosse stata una mucca; è che era sottile. La fetta che mi è stata servita sarà stata alta un dito/un dito e mezzo al massimo: praticamente una bistecca grassa con l'osso. Caratteristica precipua di questo taglio del manzo è di presentare uno spessore considerevole, affinchè in sezione presenti diversi gradi di cottura. Tagliare una costata deve rivelare sfumature che da un grigio appena rosato si sviluppano in una sorta di macabra alba, fino al centro della fetta, in cui la carne è praticamente viva. Ci vuole un animale barbaro e spietato come l'uomo per godere di un simile spettacolo, ne convengo; ma la carne "cotta" non è ugualmente buona, e tanto la mucca ormai è morta.
Invece la mia ingordigia è stata punita e mi arriva una fettina da fighetta, da cui ricavo e mangio solo la rosa [Zzi mette a tacere la mia coscienza e spolpa l'osso come un branco di piranha], peraltro troppo tenace. Bocciata, dunque, anche la cottura [se uno mette sulla griglia un'ostia, deve sapersi regolare].
In compenso, alla faccia della fame nel mondo, con i contorni si può pasteggiare: bietole al burro, patate al forno, crauti con pezzetti di pancetta oltre la volontà; francamente spero che riciclino gli avanzi.
Tutti buoni, sempre troppo conditi, ma buoni; in media, meglio i contorni dei secondi, peccato che arrivino quando lo stomaco ha già gettato la spugna.
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lunedì 17 novembre 2008
[Agriturismo Punta, Umago monti] Primi piatti
Pansoti all'istriana.
Li chiamano ravioli e li condiscono con l'olio, ma sono pansoti con le erbette. Nel ripieno, infatti, oltre alle borragini, anche il tarassaco e altre cosette verdi che bisogna conoscere, altrimenti si rischia di raccogliere qualcosa che, nel migliore dei casi, ha un cattivo sapore, ma, più frequentemente, fa trascorrere svariate ore al bagno.
Oltre che con l'olio extravergine del contadino, sono serviti con una generosa spolverata di parmigiano. Pardon: grana. No mes-cemmo ae strasse co a saea. Era grana. Era buono, era tanto, ma era grana, credo anch'esso di produzione casalinga, anche se non ho visto una mucca in giro.
Valutazione: gustosi, ottimo il rapporto pasta/ripieno: involucro non eccessivamente sottile, eppur mai tenace o troppo spesso, neanche sulle giunture. Distante dal mio gusto il condimento con l'olio [senza scomodare il sugo di noci, ci avrei visto bene anche un onestissmo burro&salvia], anche perché esso, di recentissima produzione autonoma, presentava un aroma molto intenso, squisito sul pane caldo, ma un po' prepotente sulla pasta, del cui ripieno copre i profumi.
Tagliatelle con i funghi.
Caserecce, sostanziose e abbondanti, esattamente la tagliatella che ci si aspetta di vedersi arrivare nel piatto in una trattoria sui bricchi di Umago.
Validissima la pasta, di nuovo ineccepibile dal punto di vista di spessore, cottura e consistenza, il condimento è naturalmente unto e pensante, ma ricordiamoci che non siamo da Corelli. Nota di merito: generossima la quantità di funghi nel sugo, in pezzi grandi e carnosi. Crepi l'avarizia.
Gnocchi con sugo di gallina e manzo.
"Insieme" dice il ristoratore, e uno si immagina una specie di ragout bianco, o di sugo dell' arrosto, con pezzetti di carne di gallina e di carne di manzo.
Invece arriva una piattata di tocchetti di pasta da gnocchi con sopra resti di carcasse.
La gallina, infatti, non è stata ripulita e impiegata per preparare un sughetto, bensì è stata atrocemente smembrata e lo scempio delle sue membra gettato su un letto di turaccioli di patate.
Pecche del sugo: se volevo nutrirmi di cadaveri, nascevo avvoltoio. Se sono umana e non sono vegetariana è perchè ho bisogno di non capire che la cosa di cui mi sto nutrendo ha avuto un corpo vivo. Per giunta, la parte non solida del sugo era troppo lenta, praticamente brodo.
Pecche degli gnocchi: lo gnocco è sofficissimo, perché lavorato appena, e ha la forma di una conchiglia, perché i tocchetti ricavati dal rotolino di pasta vanno arricciati, con gesto fermo e delicato dell'indice, sulla madia o - affinché prendano meglio il sugo - sulla forchetta.
Per la dimostrazione pratica si veda il Padrino parte III.
I pezzetti sodi, tagliati a forma di cubetti da un rotolo allungato, di pasta di patate non lavorati oltre sono sono gnocchi. Sono schicchere. Può essere che in altre parti d'Italia abbiano altri nomi, ma rimane il fatto che non siano gnocchi.
Se Andy Garcia avesse fatto gnocchi, il massimo che sarebbe potuto succedere sarebbe stata l'amputazione di una falange di Sofia Coppola. Invece, con gli gnocchi, che casino!
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[Agriturismo Punta, Umago monti] Antipasto
Ci illudono con la promessa di porzioni mastodontiche e ci inducono ad ordinare due porzioni di antipasto in quattro, con la scusa che il pane caldo stagna.
Il pane caldo non stagna, il pane caldo induce a mangiare altro pane caldo. E' l'acqua che si beve stoltamente insieme ad esso che riempie lo stomaco.
Due porzioni finiscono subito e ci ritroviamo con gli sguardi tristi a fissare timorosi l'ultima fetta di crudo, l'ultimo dadino di pancetta e l'ultimo spicchio di formaggio.
Ordiniamo un altro giro e la spartizione si fa semplice.
Valutazione: porzioni non scarse, ma nemmeno abbondanti come ci si aspetterebbe da una trattoria istriana. Prodotti buoni, ma decisamente "ruspanti": eccellenti se gustati con lo spirito del 'genuino-agrituristico', un po' deludenti perchè tutto sommato ordinari al palato 'cittadino'
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mercoledì 12 novembre 2008
Il pranzo della domenica
Da molto tempo volevamo portare i Giraffi Sposi a mangiare in un posto oltreconfine dove servono piatti alla brace, prevalentemente pescato del giorno, in un ambiente rustico, ma fine e raccolto, più adatto alle coppiette [meglio se clandestine] che alle famiglie, con prezzi più da Versilia che da Slovenia, ma con una qualità di materia prima e una competenza nella preparazione che Escoffier, nominandolo da vivo, gli fa una pippa.
Sebbene provata dalla produzione della torta di pannolini, l'instancabile Giraffa è già nel rutilante mondo del Natale, immersa nella realizzazione di pupolotti per il mercatino di Barcola.
Conscia che neppure lei tutto puote, mi insignisce della più alta onorificenza tra cuochi e mi subappalta la produzione dei dolci.
E' la cosa di cui vado più orgogliosa nella vita, è come se Michelangelo mi avesse detto "Scusa, Larry, ho un po' di mal di collo, la finiresti tu la Cappella Sistina, per favore?", come se fosse venuto Paganini e mi avesse detto "Belin, oggi non c'ho proprio testa, ci vai te a suonare al mio posto?" [Paganini, è noto a tutti, parlava con il fatidioso "ci" pleonastico, intercalare tipico genovese]
Non mi riprenderò mai dalla sbornia di orgoglio e, se proprio volete saperlo, sì: il successo dà alla testa.
Il locale è meno rustico di come me lo aspettassi, anzi è curato, luminoso e sfoggia tovaglie rosa e arancioni, palesemente in onore di Francesca e mio.
Dopo una morra cinese all'ultimo sangue [con scorrettezze del tipo "ti taglio due dita così diventa sasso e la mia carta lo batte"], in maniera molto matura ci accomodiamo al tavolo arancione.
Una volta che abbiamo faticosamente ottenuto quei facoltativi recipienti che gli italiani chiamano "bicchieri" e che gli istriani sembrano non utilizzare, ecco cosa ci viene servito:
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